Il dolore cronico nell’Età del Rame: una riflessione clinico-culturale a partire da un caso storico

Introduzione

Il ritrovamento della mummia del Similaun, avvenuto nel 1991 sulle Alpi Venoste e meglio nota come Ötzi, rappresenta un caso di inestimabile valore archeologico, antropologico e paleopatologico.
A differenza di altre mummie, come quelle egizie, quella del Similaun è stata preservata da particolari condizioni ambientali e glaciologiche. Tali fenomeni hanno consentito la conservazione dei diversi tessuti dell’organismo, del loro stato patologico e del contenuto gastrico risalente all’ultimo pasto, consumato circa 5.000 anni fa (intorno al 3.300 a.C.).

Il corpo dell’uomo ha custodito le evidenze di un quadro patologico complesso e, grazie alle analisi multi-omiche, è stato possibile formulare una cartella clinica che racconta una storia di dolore cronico, patologie articolari e infezioni sistemiche, nonché l’esistenza ipotizzabile di un sistema di terapia fisica e proto-farmacologica sofisticato per l’epoca. L’età stimata al momento del decesso era di 45 anni; la morte è stata attribuita alla ferita prodotta da una freccia in selce, che lo ha colpito sul torace dorsale sinistro, tra la scapola e la gabbia toracica. La punta della freccia ha lacerato l’arteria succlavia sinistra, determinando un rapido shock emorragico e la morte. 

La pelle: la porta sensoriale della cura

I primi tessuti indagati sono stati quelli cutanei, i quali presentavano una serie di tatuaggi in gruppi di linee o cruciformi, visibili nelle zone non inscurite dal processo di mummificazione.
Per un censimento completo dei tatuaggi sono stati necessari diversi anni dal momento del ritrovamento.

Nel 2015 un gruppo di studiosi, attraverso tecniche di imaging multispettrale capaci di catturare lunghezze d’onda dagli infrarossi all’ultravioletto, ha evidenziato i tatuaggi occultati dalla pigmentazione bruna della cute. Lo studio ha rilevato la presenza di 61 tatuaggi organizzati in 19 gruppi distinti, composti da 2 o 4 linee parallele, ai quali si aggiungono due croci localizzate rispettivamente sul ginocchio destro e sulla caviglia sinistra.  A differenza di quanto si possa ipotizzare, tali segni non sembrano avere una natura ornamentale, ma rappresentano uno strumento terapeutico di gestione del dolore cronico. 

Tale narrativa terapeutica trova fondamento nella sovrapposizione spaziale tra la distribuzione dei tatuaggi e le patologie riscontrate nel corpo di Ötzi. Tramite l’uso di radiografie (RX) e scansioni TC, sono state evidenziate numerose patologie degenerative a carico del sistema muscolo-scheletrico dell’uomo.
In particolare, è emersa una significativa spondilosi della colonna lombare con osteofitosi e degenerazione dei dischi e delle articolazioni intervertebrali, associata a degenerazioni artrosiche a carico di anche, ginocchia e caviglie; queste ultime mostravano segni di entesopatia (stress ai siti di inserzione dei tendini sulle ossa) compatibili con l’alto carico tipico della movimentazione in terreni alpini accidentati, della caccia con l’arco e del trasporto di carichi pesanti. 

La conferma della condizione di cronicità del dolore trova spiegazione nell’assenza di tatuaggi in prossimità di aree che sembrano aver subito sofferenze limitate al tempo di guarigione del danno tissutale. 
Il corpo di Ötzi presentava delle fratture costali guarite e una lesione da congelamento al mignolo della mano sinistra, entrambe aree prive di tatuaggi.

Al requisito della sovrapposizione tatuaggio-patologia articolare faceva eccezione un gruppo localizzato sul torace, elemento che aveva messo in discussione l’ipotesi avanzata dai ricercatori. Un approfondimento successivo in ambito di medicina interna ha tuttavia consentito di chiarire il quesito, facendo emergere la plausibilità di una sofferenza viscerale cronica, con eventuale dolore riferito, associata a colelitiasi (calcoli biliari), infestazione di parassiti intestinali (Trichuris trichiura, tricocefalo umano – di cui sono state reperite le uova nel suo intestino) e a un’infezione gastrica da batterio Helicobacter pylori. In questa prospettiva, il gruppo di tatuaggi toracici corrisponderebbe ai loci del dolore riferito dello stomaco o della cistifellea. 

La tecnica impiegata è attribuita a un raffinato processo di “hand-poking”, che nella fattispecie consiste in ripetuti picchiettamenti somministrati manualmente tramite un utensile a punta singola, probabilmente in osso o rame. La procedura richiede elevata manualità e un controllo preciso della profondità dell’ago per garantire il risultato estetico osservato sulla cute della mummia. 
Questo suggerisce che, ai tempi di Ötzi, fossero presenti individui con competenze specifiche in questa tecnica e una strumentazione destinata a tale utilizzo.

Negli anni sono state avanzate ipotesi di parallelismo con l’agopuntura poiché, secondo uno studio, circa l’80% dei tatuaggi sarebbe sovrapponibile agli agopunti collocati lungo i meridiani della Medicina Tradizionale Cinese. 
I meridiani coinvolti sarebbero quelli della vescica e della cistifellea, in cui gli agopunti vengono stimolati per trattare rispettivamente la lombalgia e i disturbi gastrointestinali.
L’ipotesi va contestualizzata tenendo conto dell’epoca storica, che anticipa di circa 2.000 anni la codifica della Medicina Tradizionale Cinese in Asia.

Gli studiosi invitano alla cautela, ritenendo improbabile che la cultura terapeutica ai tempi di Ötzi avesse già codificato un quadro teorico strutturato come quello della Medicina Tradizionale Cinese o dei principi di Yin e Yang.
La teoria più accreditata è invece legata alla scoperta empirica di punti specifici (analoghi ai trigger points) che, quando sottoposti al tatuaggio terapeutico, potevano determinare un’inibizione della trasmissione del segnale spinale e, di conseguenza, un effetto palliativo della sofferenza. 

Resta da chiarire se la mappatura del dolore avesse anche lo scopo di guidare altri tipi di interventi, come massaggi locali. 

Cibo, cultura e farmacopea

Tramite l’analisi multi-omica è stato possibile analizzare il contenuto gastrico, dal quale è emersa la composizione dell’ultimo pasto del nostro Iceman.

Le fonti proteiche sono state attribuite alle carni di cervo rosso (Cervus elaphus) e stambecco alpino (Capra ibex). La fonte glucidica è stata attribuita al farro monococco (Triticum monococcum); la componente lipidica, più abbondante delle altre e pari a quasi il 50% del pasto, al grasso di stambecco. 
La densità calorica del pasto è verosimilmente una scelta deliberata condizionata dal clima alpino. Uno stile alimentare che, tuttavia, potrebbe aver contribuito a peggiorare il quadro cardiovascolare, caratterizzato dalla presenza di placche aterosclerotiche calcificate nelle arterie carotidi, nell’aorta addominale e nelle arterie iliache. 

Le analisi non mettono in luce solo le abitudini alimentari dell’uomo, ma rivelano dettagli molto importanti sulle sue condizioni di salute e sulla cultura medicinale dell’epoca.  Il contenuto gastrico di Ötzi rivela la presenza del batterio Helicobacter pylori, di lignaggio asiatico (hpAsia2). Il ceppo conteneva fattori di virulenza (gene cagA) che ne dimostrano la patogenicità. Questo dato suggerisce agli studiosi la verosimile sintomatologia associata, come gastrite o ulcere. 
Nel complesso, il contenuto gastrico e gli oggetti personali di Ötzi restituiscono l’immagine di una cultura terapeutica empirica, ma tutt’altro che casuale.

La presenza di spore di felce aquilina (Pteridium aquilinum) nello stomaco di Ötzi può avere due possibili spiegazioni per gli studiosi: una contaminazione accidentale, (verosimilmente legata all’utilizzo della pianta come involucro per alimenti) oppure l’ingestione volontaria a scopo terapeutico.
La felce aquilina contiene il ptaquiloside, oggi noto come cancerogeno, e la tiaminasi, un enzima che distrugge appunto la tiamina (vitamina B1). Nonostante la sua tossicità, questa pianta gode di proprietà antielmintiche.
La presenza nell’intestino di Ötzi di uova di tricocefalo umano ha suggerito una sintomatologia associata alla parassitosi: dolore addominale, diarrea, anemia. L’uomo potrebbe essere stato consapevole degli scopi terapeutici specifici della pianta e averla utilizzata accettandone gli effetti tossici.

Tra i suoi effetti personali emergono ulteriori indizi sulla farmacopea dell’epoca. Sono stati rinvenuti due pezzi di poliporo di betulla (Fomitopsis betulina), un fungo che cresce specificamente sulle betulle, noto oggi per le sue proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche e antiparassitarie. Un ulteriore impiego della sostanza poteva essere legato alla sua azione purgante, per via della presenza dell’acido agarico. 
Nonostante alcune ipotesi abbiano suggerito l’utilizzo del fungo come esca per il fuoco, le sue proprietà medicinali sono in linea con le patologie emerse dalle analisi. 

È stato inoltre rilevato il trasporto di Sphagnum, un muschio medicinale altamente assorbente e leggermente antisettico, noto per il suo impiego nella medicazione delle ferite.
La sua presenza suggerisce che potrebbe essere stato trasportato o utilizzato per trattare una profonda ferita da taglio che l’uomo aveva sulla mano, probabilmente a seguito di un conflitto avvenuto qualche giorno prima della morte.

Le analisi metagenomiche hanno rivelato materiale genetico di Borrelia burgdorferi, l’agente causale della malattia di Lyme. La copertura genomica incompleta non chiarisce se la patologia si sia manifestata oppure se l’uomo fosse stato solo un portatore del batterio. In ogni caso, Ötzi rappresenterebbe il caso più antico noto alla scienza.

Conclusioni e riflessioni: un messaggio di 5.000 anni fa

Lo stile di vita naturale di Ötzi ha comportato una grande richiesta metabolica e di adattamento articolare, che si è inevitabilmente tradotta in una lunga serie di patologie degenerative a carico del sistema muscolo-scheletrico. 

L’analisi bioarcheologica di Ötzi restituisce l’immagine di un individuo sottoposto a estremo stress fisiologico, che solleva interrogativi rilevanti sul concetto idealizzato del corpo preistorico e dello stile di vita naturale, ma che al contempo mette in luce la resilienza dell’uomo dell’Età del Rame. Nonostante i numerosi e verosimilmente invalidanti disturbi, Ötzi era fisicamente capace di muoversi nei difficili terreni alpini di alta quota trasportando con sé un equipaggiamento pesante.
La sua sopravvivenza era mediata da un complesso sistema di supporto di medicina empirica, integrato nella sua vita quotidiana e documentato sia dalle evidenze cutanee sia dai reperti botanici e micologici rinvenuti.

La mappatura del dolore attraverso il tatuaggio terapeutico ne è un esempio emblematico. Il dolore di Ötzi – per diffusione e cronicità – ha richiesto la presenza di individui specializzati e di un arsenale terapeutico specifico, gestito verosimilmente dai guaritori.

In questa visione, la nutrizione era rigorosamente funzionale allo stile di vita: la fatica fisica veniva sostenuta da un pasto ad alta densità calorica e le erbe medicinali ne costituivano il condimento.

Dal mio punto di vista, integrare i metodi erboristici con una tecnologia sofisticata, ma coerente con le risorse disponibili, era una risposta culturale strutturata a partire da una necessità biologica. Ötzi ci dà testimonianza di come la cura e la gestione del dolore siano elementi fondamentali della coesione sociale umana fin dai tempi antichi. 
La “domanda” di terapie analoghe potrebbe aver favorito la nascita di figure sempre più specializzate, rendendo il dolore un motore di innovazione tecnologica e sociale.

Il nostro dolore, tutt’oggi come 5.000 anni fa, richiede una gestione multilivello, dove gli aspetti ritualistici non possono essere sottovalutati, poiché capaci di esercitare un impatto considerevole sul nostro modo di elaborare la sofferenza. Riconoscere il valore immutato del rito sociale dell’incontro terapeutico non deve essere interpretato come il mettere in discussione l’evoluzione dei principi attivi della medicina. Il rivolgersi ad un professionista rappresenta, oggi come allora, un pilastro della nostra architettura sociale e culturale. 

La storia di Ötzi dimostra come il dolore cronico si configuri come un compagno di viaggio della nostra specie, la quale, in epoche diverse, abbia sistematicamente fatto ricorso alle tecnologie disponibili – materiali, simboliche e sociali – per contrastarlo o renderlo più sopportabile.

Nel corso di 5.000 anni il nostro ambiente si è rivoluzionato più volte; tuttavia, la nostra biologia è rimasta perlopiù invariata. E forse, mentre varchiamo la soglia di un ambulatorio, stiamo compiendo lo stesso gesto di fiducia che  Ötzi riservò ai suoi guaritori tra i ghiacci alpini: un rito arcaico che trasforma la solitudine della sofferenza in un atto di appartenenza comunitaria.

 

Fonti e approfondimenti

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